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venerdì 28 dicembre 2007

Moto Guzzi Stelvio: sfida alla BMW GS.

Leggo su un’autorevole rivista motociclistica un articolo sulla nuova Stelvio della Moto Guzzi dal titolo: Moto Guzzi Stelvio, sfida alla BMW GS. Su un’altra rivista leggo: Moto Guzzi Stelvio l’anti GS. Ma dico io, come si può di una moto che ancora è allo stato di prototipo, decretarne il suo successo, al punto da poter insidiare la GS la cui stessa sigla fa già venire le fregole a chi sogna di possedere una enduro? Adesso non voglio dire che questa Stelvio non incontrerà i favori del pubblico, anzi gli auguro personalmente di venderne a camionate, ma non riesco a capire perché quando la Guzzi sforna una novità subito si scrive che quel modello debba diventare l’anti BMW o l’anti chissachecosa. Ce ne vuole di coraggio e fantasia! Quando uscì la Breva 1100 le riviste decretarono che sarebbe diventata l’anti BMW della serie R, quest’ultima venduta a carrettate specie nella mia città. Volete sapere quante volte ho incontrato una Breva da quanto è entrata in commercio? Due volte! Una vera e propria mosca bianca. Poi è uscita la Griso, una nuda che a dire dei media doveva infastidire anch’essa la BMW nel settore delle naked. Non ne ho mai incontrata una, dico mai! Poi è uscita la Norge che doveva contrastare la BMW RT, ma appena uscita ha accusato, come peraltro le prime Breva, dei problemi di gioventù, forse per un’ affrettata messa in produzione. Anche di questa moto, vera e propria mosca bianca non ne ho mai incontrata una (vista solo dai rivenditori). Passiamo alla Bellagio. Questa moto doveva rappresentare la filosofia custom all’italiana e doveva porsi in commercio come una valida alterativa dell’ Harley Davidson. Moto vendute nella mia città: forse poco più di una! Viste in circolazione: non credo che mai la vedrò. Adesso questa Stelvio monta il motore a otto valvole che già altri marchi adottano da una vita, e sembra che la Guzzi, che peraltro l'ha montato e tolto diverse volte dai suoi motori, l'abbia perfezionato solo ora dopo trent’anni. A questo punto vorrei ricordare ai signori che scrivono per le varie riviste motociclistiche, di avere un pò di pazienza ed attendere un qualche tempo prima di decretare il successo di una moto o di scrivere che quest’ultima possa scalzare alla sua nascita lo strapotere di certi modelli ormai divenuti dei best seller per la loro qualità, affidabilità, diffusione e tenuta del valore nel tempo. Cerchiamo di essere un pò più realisti!

Melus




lunedì 24 dicembre 2007

Buon Natale!

Lo staff di "Due ruote nel web" augura a tutti i lettori del blog un felice Natale. Arrivederci a dopo le feste.

Melus, Willy, Alex

giovedì 20 dicembre 2007

Un buon motociclista.

Sessant’anni compiuti a luglio. Quarantacinque di guida ininterrotta su due ruote, una buona varietà di moto possedute, centinaia di migliaia di chilometri percorsi, mai un incidente. Non sono uno smanettone, nemmeno un manico, non ho mai sverniciato nessuno, non ho mai girato in pista, non ho mai inanellato gare con gli amici (o meglio: i nemici) del gruppo, anzi a dire il vero ho sempre evitato (tranne una volta) di uscirci, poiché so benissimo come va a finire! Non ho particolari imprese da raccontare ai miei nipoti, non ho mai intrapreso viaggi a Capo Nord o in Africa. Mi sono solo limitato, tranne qualche sporadico viaggio verso il nord d’Italia a girovagare nella magnifica terra di Sicilia, dove da tantissimi anni ormai risiedo e che sento mia a tutti gli effetti, e che ancora a distanza di tanto tempo non sono riuscito ad esplorare interamente. Sono un comune mortale motociclista che va in moto non solo nei fine settimana, ma sempre! Non mi interessano gli scarichi in carbonio, gli ammortizzatori ultraregolabili, le gomme racing, le centraline riprogrammate, i cerchi alleggeriti, le parti in alluminio ricavate dal pieno, le forcelle rovesciate con steli da 50 millimetri, i freni a 6 o 18 pistoncini della serie oro e platino, i telai perimetrali ultrarigidi, una dotazione infinita di cavalli, le rilevazioni sui 400 metri da fermo, la velocità finale, un contachilometri tarato a 320, un contagiri che segna 20 mila. Nulla di tutto questo! Sono solo un buon motociclista a cui interessa maggiormente la coppia motrice, il tiro, un buon rapporto peso potenza, l’affidabilità, la reperibilità dei ricambi, la certezza di avere fra le gambe una moto onesta, che sappia condurmi lontano, ma che mi riporti sempre a casa! Questo sano e pacifico rapporto uomo-macchina mi ha consentito di spostarmi “sapendo osservare”, al contrario di molti motociclisti che trasformano questo rapporto uomo macchina in una forma concitata di guida e di stimoli adrenalinici, che non lasciano alcuno spazio a fattori ben più importanti, quale la contemplazione, la riflessione, il piacere puro. Quando vado in moto riesco ancora a “vedere”, a riflettere e poi anche a scrivere, e quindi a trasmettere!

Melus

mercoledì 19 dicembre 2007

Sospensione posteriore progressiva.

Quando negli anni ’80 ebbi modo di provare a lungo la Kawasaki GPZ 550, rimasi estremamente colpito per la particolare sospensione posteriore: un solo ammortizzatore posto centralmente fra ruota posteriore e motore. Ma la vera novità stava nel fatto che l’occhiello inferiore dell’ammortizzatore non si infulcrava direttamente sul forcellone, ma si collegava a questo tramite l’interposizione di bellette. Rispetto ai tradizionali sistemi “stereo” che fino a quel momento equipaggiavano la stragrande maggioranza delle moto, detto sistema aveva la peculiarità di rendere più progressiva la risposta della sospensione. Denominata “Unitrak”, risultava particolarmente confortevole nell’uso cittadino, trasformandosi in sospensione “tosta” nell’uso veloce, assicurando quindi una eccellente adattabilità sia nell’uso turistico che in quello sportivo. La sua peculiarità era inoltre quella di riuscire a copiare con estrema fedeltà tutte le asperità ed imperfezioni dell’asfalto. Nulla a che vedere con quanto eravamo abituati ad usare fin a quel momento. Pensai che il tempo degli ammortizzatori con attacchi diretti fosse ormai agli sgoccioli e che una nuova era si era affacciata nel campo delle sospensioni. Ma non fu così! Ancora oggi si continua abbastanza frequentemente ad adottare la soluzione dei due ammortizzatori e quand’anche si optasse per un mono si continua a preferire il montaggio con attacco diretto fra telaio e forcellone. Considerato che la sospensione progressiva con l’ausilio di leveraggi risulta essere indiscutibilmente più efficace e confortevole, mi chiedo come mai si opti ancora per il montaggio diretto dell’ammortizzatore fra telaio e forcellone. Maggiore affidabilità? Riduzione della manutenzione? Semplicità di montaggio? Sicuramente sarà anche una scelta legata alla riduzione dei costi, ma mi chiedo se non valga la pena far pagare qualcosa in più per dare all’utente una sospensione più confortevole e polivalente.

Melus

lunedì 17 dicembre 2007

Sidecar. Un giorno ritorneranno!

Tempo addietro, parlando con un amico appassionato di moto, il discorso cadde sui sidecar. Lui asseriva che ormai il sidecar è da considerare estinto poiché il tipo di circolazione d’oggi non consente più ad un mezzo del genere di districarsi agevolmente fra gli spazi ristrettissimi ormai a disposizione. Rimanere intrappolati fra le maglie del traffico inalando i miasmi degli scarichi non è cosa da augurare a nessuno. Cose d’altri tempi, quando questi rappresentava un efficace mezzo di trasporto per una intera famiglia, naturalmente quando non c’erano i soldi per potersi comprare una topolino, e quando le strade non erano ancora le bolgie che son diventate oggi. Era un mezzo di trasporto per il lavoro, ma anche di svago nei giorni festivi, quando si caricava all’inverosimile per andare a trascorrere una giornata al mare. Ci si metteva tutta la famiglia (a volte anche 4 persone). Lui naturalmente alla guida, lei seduta sul carrozzino con un piccolo fra le gambe aggrappato al maniglione, il figlio maggiore seduto dietro il conducente, e se ce n’era un altro questi si andava a piazzare in uno strapuntino che si trovava nella coda del carrozzino, (non tutti ne erano dotati) aprendo un piccolo portello che bloccandosi in posizione verticale fungeva da schienale. Tutte le vettovaglie si piazzavano dentro il muso del carrozzino, mentre l’ombrellone e qualche sediolina si legavano dove c’era la possibilità di attaccarli. Camminare con il side non dava grandi soddisfazioni di guida, specie se caricato in quel modo, ma era pur sempre un mezzo che consentiva di allontanarsi autonomamente per raggiungere la meta preferita. Un rimedio per chi non poteva acquistare un’auto, ma anche ambito da chi nemmeno poteva permettersi di comprare una Vespa. Sul finire degli anni cinquanta cominciò il suo declino poiché il boom dell’auto prese campo anche in Italia dove le piccole cinquecento e poi le seicento ne interruppero definitivamente la sua lodevole carriera. Ho avuto modo negli anni ’80 di condurre una moto con side, ed esattamente una jawa 350 con motore bicilindrico a due tempi. Non era certo un grande andare: oltre i 70 all’ora già te la facevi addosso, e dopo alcuni chilometri le braccia e i polsi avevano bisogno delle attenzioni di un fisioterapista. Però era un gran piacere guidarlo, specie quando riuscivi a trovare dei tragitti stradali con fondo regolare e prive di traffico. Eppoi tutti ti guardavano incuriositi, magari pensando che una cosa del genere non serviva proprio a nulla se non per fare della “pomata”. Ricordo poi un particolare curioso! Un giorno attraversando una borgata della mia città, un gruppo di ragazzotti seduti su un muretto cominciarono a ridere a squarciagola e dulcis in fundo mi presero anche a pernacchie. Capii che il side era considerato da loro come una stravaganteria, qualcosa per farsi guardare, e non certo il mezzo da loro sognato, quello che li avrebbe tolti dalla loro condizione di appiedati. Ma ritornando ai nostri giorni ed all’affermazione del mio amico, io gli risposi che forse un giorno sarebbero ritornati e non tanto come dettame di una moda, ma più semplicemente come un mezzo ecologico. Alla parola ecologico lui si incuriosì poiché non riusciva a capire cosa poteva avere un side di ecologico. Gli spiegai che un giorno non molto lontano la trazione elettrica si sarebbe dimostrata una valida alternativa ai motori che utilizzano carburanti derivanti dal petrolio e che avrebbe certamente rappresentato una sorta di ponte fra quest’ultime motorizzazioni e quelle alternative che vedranno l’utilizzo di energie differenti dal petrolio. Ecco il mio pensiero: un sidecar elettrico, che consente di stivare nel suo carrozzino tutte le batterie che si vogliono e che gli consentirà autonomie per ora impensabili ad un normale mezzo a due ruote. Molto più piccolo e maneggevole di un’auto, poco più grande di questi mastodonti a due ruote con immense borse rigide, che oggi chiamiamo supertourer.

Melus

giovedì 13 dicembre 2007

Quando le moto erano belle!

Sono passato indenne attraverso diverse generazioni motociclistiche e adesso che sono all’apice della mia carriera di centauro (solo per maturità ed esperienza) sento di non riuscire più ad adeguarmi ai tempi. Io che fin da ragazzino stravedevo per le moto, giocando a riconoscere con gli occhi chiusi il suono di moto come Rumi, Ducati, Gilera, Laverda, Guzzi, Parilla, Mival, Guazzoni, che inalavo come fosse profumo l’odore acre del ricino combusto delle moto da corsa che partecipavano al giro d’Italia. Io che ho partecipato alla nascita del fenomeno maximoto, e che ho assistito alle battaglie all’ultimo sangue tra inglesi, italiane e tedesche in un crescendo di cilindrate e potenze. Io che sono stato testimone del fenomeno Jap con le loro marziane Honda CB 750 e 500, dei missili terra terra che furono la Kawasaki tricilindriche a due tempi. Moto che nel giro di poco tempo sbaragliarono tutta la concorrenza facendola invecchiare d’un colpo di almeno 10 anni. Io che ho seguito con orrore i tentativi di alcune case italiane di imitare l’elevata tecnologia giapponese, costruendo moto zoppe ed inaffidabili. Io che mi sono sempre adeguato con disinvoltura alle tendenze e agli stili, alternando monocilindriche, bicilindriche, quadricilindriche, sportive, turistiche, tuttoterreno, italiane, giapponesi, tedesche, adesso sento di essere giunto al capolinea, di non riuscire più a metabolizzare certi progetti e certe filosofie. Non riesco a vedere il bello dove certuni letteralmente sbavano. Vedo telai sempre più sinuosi e complessi che sembrano usciti dalla matita del Mucha, radiatori appiccicati solo dove lo spazio lo consente, una selva di manicotti, cavi e fili che tutto avvolgono come tentacoli, motori completamente occultati e meccanicamente irraggiungibili, serbatoi che non armonizzano con nulla, selle ridotte a strapuntini, colorazioni pluricromatiche assurde e prive di un qualsivoglia accostamento. Questo vuol dire che ho smesso di capire le moto e le mode? Che la mia capacità di metabolizzazione si è saturata? No!!!
Non mi devo fossilizzare altrimenti è finita. Resto nell’attesa che qualcosa cambi, che qualcuno ammetta di aver imboccato una strada sbagliata! Che un giorno si riscopra il piacere di tornare a costruire moto belle!

Melus

lunedì 10 dicembre 2007

Motociclisti di ieri, motociclisti di oggi.

Mi sono sempre chiesto quale sia la differenza tra il motociclista di ieri e quello di oggi, e se la maggiore bravura dell’uno o dell’altro sia da attribuire ad una superiore attitudine di guida verso questi mezzi o semplicemente alla migliore qualità costruttiva di questi ultimi stessi. Certo che portare una Brough Superior a raggiungere le 100 miglia orarie non era un’impresa tanto facile, anche se a guidarla era lo stesso Lawrence d’Arabia, per di più su strade nemmeno asfaltate e con freni e sospensioni nemmeno lontanamente paragonabili a quelli che dotano le moto d’oggi. Ma lasciamo stare l’esempio del grande Lawrence e andiamo a periodi che un po’ tutti conosciamo. Tornando ad una trentina di anni addietro chi non ricorda le stupende bicilindriche Laverda 750 e poi le tricilindriche 1000 Jota, le Guzzi V7 sport, i pomponi Ducati, le Kawasaki mack I, II, III, le Honda CB 750, le Triumph Trident etc. etc. Erano delle macchine che raggiungevano con facilità velocità prossime ai 200 all’ora, ma che non avevano nulla a che vedere con le odierne ipersport e che non potevano certo competere con loro per maneggevolezza, frenatura, sospensioni e telai. Non vi erano centraline che dialogavano con il motore, regolando la portata d’aria agli iniettori o misurando la temperatura e la pressione esterna per meglio ottimizzare la carburazione. Non vi erano frizioni antisaltellamento, ammortizzatori ultraregolabili, ABS, o il controllo automatico della stabilità (ASC). Erano macchine dalla risposta spigolosa, pesanti, poco agili, mal frenate ed estremamente vibranti. Richiedevano centauri con braccia e polsi forti che le dovevano domare prendendole per le corna, con un’esperienza non certo comune a tutti i motociclisti. Chi entrava da un concessionario Laverda, tanto per fare un esempio, per acquistare una 750 SF non era certo un pivellino di patente fresca che si era innamorato della moto leggendo la prova in una rivista, così come può accadere facilmente oggi. Chi acquistava una moto del genere era uno che aveva i calli nel sedere e di chilometri e moto ne aveva macinati abbastanza. E allora erano migliori i motociclisti di ieri? Penso proprio di si, com’erano migliori i piloti da gara di moto e di auto di ieri che non avevano alle spalle tre meccanici solo per regolare la leva a pedale del cambio e cinque ingegneri pronti ad esaudire tutti i sospiri del campioncino di turno ed ascoltare i suoi piagnistei se la sua moto per quella volta non avesse vinto. Altri tempi, altra stoffa, altra tempra.

Melus

sabato 8 dicembre 2007

Ancora sui cellulari!

L’altro giorno, su una tratta autostradale mi accingevo a superare un’auto che viaggiava a bassa velocità ed in una posizione centrale rispetto la carreggiata di destra. L’auto in questione procedeva senza tenere una traiettoria lineare, e nel momento in cui mi accingevo a superarla sembrava volesse tagliarmi la strada. Dopo un ulteriore accostamento mi accorgo che alla guida c’è una giovane donna con il cellulare incollato all’orecchio ed una sola mano al volante. L’auto viaggiava senza le luci di posizione accese. La ragazza, in uno stato di evidente trance cellularistica entrava in una galleria scarsamente illuminata (per lavori di manutenzione) ad una velocità ridottissima rispetto alle normali medie autostradali. Ancora dietro di lei ho azionato immediatamente le luci di emergenza (in dotazione nella mia moto) ed ho cominciato a lampeggiarle negli specchietti. Avrei potuto lasciarla al suo destino togliendomi anch’io dal rischio di vedermi piombare addosso qualche auto che giungeva alle spalle a velocità sostenuta. Bastava inserire la freccia, un colpetto di acceleratore, e mi sarei tolto da quella situazione pericolosa. E invece no! Le sono rimasto dietro a guardarle le spalle con i miei lampeggiatori di emergenza azionati. Terminata la galleria, prima di superarla aprii la visiera del casco e quando giunsi all’altezza del suo finestrino le gridai di accendere le luci dell’auto, ma la donna mi lanciò un’occhiata tale che dovetti immediatamente desistere. Avevo disturbato la sua conversazione. La lasciai al suo destino con un deciso colpo alla manopola del gas e un sonoro vaffa…
Strada facendo mi posi delle domande su quella vicenda appena trascorsa:
- quando quella benedetta donna è entrata nella galleria quasi buia non si è accorta che non si vedeva ad un palmo di naso?
- non ha notato che anche gli strumenti della plancia erano tutti al buio?
- non ha pensato che senza le luci di posizione accese poteva rappresentare un bersaglio per chi entrava in galleria ad una velocità più sostenuta?
- non ha capito che il mio continuo lampeggio doveva avvisarla di qualcosa che non andava?
Ebbene, nulla di tutto questo. Quella mina vagante circolava mettendo a repentaglio la sua vita e quella degli altri!

Melus

giovedì 6 dicembre 2007

Cosa rimarrà dei nostri scooter?

Voi pensate che ci possa essere qualcuno che fra una trentina d’anni si metta a restaurare uno di questi scooter fatti tutti di plastica? Che una di queste vasche da bagno informi e prive di qualunque personalità possa un giorno essere considerata da qualcuno un mito? Che qualcuno si possa mettere alla caccia di un determinato modello poiché lo stesso lo aveva posseduto suo padre o lui stesso tanti anni addietro? Certo, la plastica gioca un ruolo determinante sulla longevità di un mezzo. Le plastiche con gli anni perdono la loro elasticità e si cristallizzano. Basta un nonnulla e si spaccano. Finchè vi sono i ricambi allora tutto si sostituisce ma fra qualche decina d’anni cosa si può trovare nei magazzini se già sin d’ora è quasi impossibile recuperare qualche ricambio di un modello già uscito di produzione? Il risultato: mezzi effimeri che nessuno un giorno cercherà e che cesseranno di esistere una volta mandati dagli sfasciacarrozze. Nessun paragone potrà essere fatto con ciò che furono le nostre Vespa e Lambretta, vuoi come mezzi che rappresentarono la rinascita della motorizzazione nell’immediato dopoguerra, vuoi come mezzi che ancor oggi è possibile restaurare con una disponibilità di ricambi eccezionale, e, cosa più importante, poterne usufruire come fossero mezzi attuali. Ho visto scocche di vespe e lambrette che sotto le mani di abili carrozzieri, saldatori e battilamiera sono tornate come nuove, pronte per accogliere i loro inseparabili motori. Il segreto della riuscita di questi stupendi restauri sta nel desiderio del suo proprietario di far ritornare in vita qualcosa che ha fatto storia, che lo ha accompagnato per tanti anni della sua vita e che ha fatto breccia nel suo cuore. Scusate tanto, ma credo proprio che questi effimeri scatoloni di plastica che il progresso oggi ci regala, non lasceranno dietro di se che il nulla!

Melus


martedì 4 dicembre 2007

Motociclisti... "carne da macello!"

Così ci ha definiti un signore dopo aver assistito ad un rovinoso scontro tra moto e auto!Il povero motociclista si trovava steso per terra che gridava come un dannato per il dolore, e lui cosa va ad esclamare? Carne da macello! Ma possibile che siamo giunti a questi livelli di intolleranza? Non ci sopportano gli automobilisti, ci odiano i pedoni e in particolar modo gli anziani, ci vedono di cattivo occhio i ciclisti. Intolleranza o invidia? Tutte e due, penso! Per essersene uscito con quella pesante esclamazione quel passante doveva aver inghiottito qualche grosso rospo. Certo, quando scooteristi e motociclisti viaggiano sui marciapiedi scambiando quest’ultimi per un’autostrada non credo che possano attirarsi simpatie fra i pedoni. E nemmeno potremo attrarre simpatie quando nei passaggi pedonali il povero pedone (specie quello anziano) giunto a metà percorso sarà indeciso se procedere, fermarsi, o fare un passo indietro, poiché non riuscirà mai a capire se noi ci fermeremo, se gli passeremo davanti o se gli sfileremo da dietro. E se ci accorgiamo che già 2 o 3 auto si sono messe in riga per fare transitare il pedone sulle sue strisce pedonali, noi dobbiamo obbligatoriamente imboccare l’ultimo corridoio, costringendo quest’ultimo ad uno scatto felino per trovare salvezza sul marciapiede. La partenza al semaforo poi è un’altra storia! Tutti lì, allineati, pronti allo scatto, quasi che il semaforo dovesse dare il via ad una prova del mondiale di moto GP. Chi giungerà per primo al successivo semaforo salirà sul podio. Naturalmente non manca chi, preso dalla foga della competizione, finisce per andare via ancora prima che scatti il verde, seguito naturalmente a ruota da un nugolo di concorrenti che non hanno nessuna intenzione di farsi lasciare indietro. Uno spettacolo poco edificante! E che dire delle partenze con la ruota impennata? Una vera goduria per i nostri detrattori. Ma un’altra peculiarità del motociclista odioso è quella di elargire centinaia di decibel sparati dai suoi cannoni in fibra di carbonio, accompagnati dagli altrettanti decibel delle micidiali sirene di allarme delle auto, che una volta “eccitati” contribuiscono a dare al nostro centauro ulteriore gioia e soddisfazione. E che dire a quei gruppi di rompiscatole che con gli scarichi completamente aperti delle loro custom si dilettano in piena notte a far saltare dal letto interi abitati? E sulle autostrade? Le cose non cambiano! Anche qui troviamo sempre il sistema per renderci antipatici e odiosi. Certo, un po’ di invidia da parte degli automobilisti ci sta sempre, specie quando nelle lunghe code che molto spesso oggi assillano le autostrade noi riusciamo sempre a trovare un corridoio di salvezza (nostra e dei motori). Ma ci rendiamo veramente odiosi quando dobbiamo sfilare lungo le corsie di emergenza a velocità elevate o inanellando in quello striminzito spazio persino dei duelli fra noi stessi. Odiosi quando seminiamo il panico zigzagando tra le auto anche quando le velocità del traffico consente di marciare a ritmi decenti. Non parliamo poi del nostro comportamento lungo le strade statali, quando dobbiamo superare ad ogni costo tutto ciò che ci si para davanti, anche nei punti dove non è consentito sorpassare, e persino in curva. Non dimentichiamo poi le uscite in gruppo, quando cominciamo a forzare il ritmo per trasformare una pacifica passeggiata in un duello che ci vedrà combattere all’ultimo sangue per guadagnare qualche metro sul nostro avversario e, massima follia, superarlo scavalcando la linea di mezzeria di una curva cieca. Tante altre cosette ci sarebbero da elencare, ma sono sicuro che poi nessuno finirebbe per leggerle, tanto l’articolo diverrebbe lungo. Concludo dicendo che l’esclamazione “carne da macello” detta da un comune passante dinnanzi ad una scena “da brivido” mi è sembrata di un livore inaudito. Segno di una totale insofferenza nei nostri confronti. Chissà, forse dovremmo fermarci un attimo a riflettere!

Melus